martedì 1 aprile 2014

UN PARCHEGGIO SOTTERRANEO AL POSTO DI UNO DEI TORRIONI DEL MASCHIO ANGIOINO

Il Maschio Angioino
E’ una storia di burocrazia e corruzione. E’ una storia tra l’ignominia e la saccenza, mescolata all’ignoranza. Una di quelle che, a voler prendere in prestito le parole di Fabrizio De André, doveva essere “una storia da dimenticare, una storia da non raccontare, una storia  un po’ complicata, una storia sbagliata”. Proprio per questo abbiamo deciso di renderla pubblica, nonostante i “consigli e gli avvertimenti” di persone che nei giorni scorsi hanno caldeggiato il silenzio su questa assurda vicenda. Ma al punto in cui siamo arrivati non si può tacere. Di più. Prima di scrivere questo articolo, abbiamo consegnato tutti documenti in nostro possesso ai magistrati della Procura di Napoli che indagheranno e faranno luce su tutto ciò che stiamo per raccontare. 

La storia viene da lontano. Ha inizio durante la giunta di Maurizio Valenzi. O, per meglio dire, negli uffici del Commissario Straordinario per la ricostruzione del dopo terremoto del 23 novembre 1980 di cui era responsabile Valenzi. E’ un architetto napoletano a partorire l’iniziativa, Ciro Scognamiglio. Il giovane professionista, che all’epoca aveva 34 anni, propone al Commissario Valenzi un progetto per la realizzazione di alloggi popolari nel fossato del Maschio Angioino. Valenzi da uomo di cultura e artista eclettico, bollò l’idea come  “un’inutile follia”. Il progetto, però, fu presentato ugualmente perché nessuno si preoccupò di comunicare il diniego espresso dal Commissario Straordinario per la ricostruzione all’architetto Scognamiglio.  

Passarono alcuni anni e nel 1984, col cambio della guardia al Comune, cambiarono molti dei funzionari nella struttura Commissariale. L’architetto Scognamiglio ritornò alla carica e chiese ai nuovi funzionari che fine avesse fatto il suo progetto. La risposta fu più o meno la stessa: “E’ una follia”. Ma a quel punto il professionista pretese di essere pagato il suo lavoro. La vertenza andò avanti per alcuni anni, finché Ciro Scognamiglio non si rivolse alla magistratura per ottenere il compenso richiesto, che all’epoca era di 150 milioni di lire, più il pagamento degli oneri della cassa di previdenza per gli architetti. Il pagamento avvenne materialmente due anni dopo, ma la realizzazione dell’idea progettuale  rimaneva pur sempre “un’inutile follia”.  Per anni quel progetto è rimasto chiuso in uno degli armadietti degli uffici del Commissariato per la Ricostruzione, fino a quando un funzionario del dipartimento “Sisma 1980”, che nel frattempo è diventata una struttura assorbita dal Comune di Napoli, non riesumò quell’idea e, invece degli alloggi popolari, volle farne dei parcheggi. 

L’ingegner Gennaro Esposito, funzionario responsabile della struttura, convocò all’inizio del mese di maggio del 2002 l’architetto  Scognamiglio nei suoi uffici e gli propose di modificare il progetto per realizzare un parcheggio sotterraneo proprio sotto il torrione lato Nord del Maschio Angioino. A Scognamiglio, però, non fu data alcuna indicazione di quanti parcheggi realizzare. Il progetto si arenò per un periodo, anche perché nel frattempo l’ingegnere Esposito era andato in pensione. Scognamiglio non trovò interlocutori interessati e nessuno degli altri funzionari era motivato a portare avanti l’idea del parcheggio sotterraneo. Però, anche stavolta, Ciro Scognamiglio, giocando sul fatto che un incarico l’aveva ricevuto, il 7 giugno del 2004 consegnò nell’ufficio protocollo del comune il suo progetto. Agli elaborati fu assegnato il numero di protocollo 37.265. Anche in questo caso il progetto è rimasto lettera morta e affossato in uno degli armadietti nell’ufficio tecnico del Comune di Napoli, fino a quando Ciro Scognamiglio non è tornato alla carica per essere liquidato per il suo nuovo lavoro. Stavolta, però, la strada è risultata più complicata.  Scognamiglio si rivolge nuovamente alla magistratura per ottenere circa 90 mila euro. Anche in questa occasione le sue ragioni prevalgono grazie a qualche complicità nella struttura dirigenziale. Ma le difficoltà finanziarie del Comune non permettono la liquidazione materiale del compenso dovuto. 

Tre anni dopo Scognamiglio muore per un tumore al colon retto  e la liquidazione a tutt’oggi è ancora in sospeso. Nessuno più l’ha rivendicata.  Il progetto, nel frattempo, è rimasto fermo in qualche cassetto degli uffici comunali. Passano tre anni e al funzionario Lucio Perretta, viene l’idea di tirare fuori il progetto di Scognamiglio e di  inserirlo nel piano triennale dei lavori pubblici che saranno finanziati in parte con fondi regionali in parte con i fondi Fers. Il progetto, di circa 120 milioni di euro, viene approvato dall’attuale Giunta Comunale a “scatola chiusa”, come si fa spesso negli Enti Locali, sulla base delle proposte e delle relazioni dei funzionari comunali. Ma, esattamente una settimana fa, il coordinatore dell’ufficio urbanistica tira fuori il progetto e comincia ad esaminarlo nei particolari e scopre che per la realizzazione del parcheggio sotterraneo è previsto l’abbattimento del torrione Nord del Maschio Angioino. Apriti cielo.  Vanno tutti nel panico. “Possibile che nessuno se n’è accorto?” Si domandano i funzionari? Il bello è che il progetto è stato finanziato e farà parte del bando di gara che verrà pubblicato il 3 aprile. Una procedura che è più facile mandare avanti che fermare, perché rientra nella “procedura europea d’urgenza”. 

E’ un treno in corsa che potrà solo andare a sbattere da qualche parte. Insomma quel torrione del Maschio Angioino è probabile che andrà giù. Il sindaco, appena appresa la notizia,  è sembrato cadere dalle nuvole. L’assessore ai lavori pubblici non ne parliamo. Gli altri assessori non sono da meno: “Qualcuno ci ha ingannati su questa vicenda”. E i funzionari? e il segretario comunale? come hanno fatto a cadere in questa trappola? E la Soprintendenza ai monumenti? Sembra incredibile che un  progetto nato in maniera surreale abbia potuto produrre tanti effetti e fare tanti danni superando tutti i controlli possibili e immaginabili. Tutti ingenui? Tutti innocenti o hanno chiuso gli occhi per via di quelle somme così alte per la realizzazione del parcheggio? E’ possibile che dietro queste “disattenzioni” ci siano connivenze a vari livelli? Ora su questa vicenda farà luce la magistratura. Chi la prenderà a ridere, e non sarà l’unico, sarà Ciro Scognamiglio, che nel suo loculo al Cimitero di Napoli si starà sbellicando dalle risate su “un’inutile follia”.


OVVIAMENTE E' UN PESCE D'APRILE

giovedì 6 febbraio 2014

RAID VANDALICO A CASAL DI PRINCIPE NELLA SCUOLA CHE PORTA IL NOME DI DON DIANA

Hanno messo a soqquadro la scuola che porta il nome di don Diana. E’ accaduto nella notte tra martedì e mercoledì, in via De Amicis, nel cuore di Casal di Principe, nell’istituto comprensivo che ospita la scuola elementare “plesso don Diana”, secondo Circolo. Sono entrati da una finestra aperta sul retro della struttura e hanno reso inservibili le 12 aule che ospitano circa 300 alunni. “Quando abbiamo aperto le porte della scuola, poco dopo  le 7,30 – racconta una bidella ancora intenta a fare le pulizie – abbiamo trovato uno spettacolo desolante. C’erano fogli dappertutto, quaderni e disegni dei ragazzi, cartelloni, sparsi per terra ovunque.  Qualche aula era anche imbrattata di vernice. Scritte sulle lavagne indecenti e per terra tracce di liquido che non abbiamo saputo identificare.”


Sul posto sono accorsi immediatamente i carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, la dirigente scolastica, Angela Maria Schiavone e Raffaele Barbato, uno dei commissari prefettizi del Comune. Nel sopralluogo i tecnici del Comune riscontravano anche lo scassinamento  di diversi armadietti metallici e del distributore degli alimenti. Nel lato dei bagni un bidone di vernice era stato rovesciato sul pavimento e poi qualcuno ha imbrattato di vernice anche i muri. I carabinieri  hanno riscontrato  anche tracce di urina su banchi e cattedre. Sulle lavagne scritte oscene che nessuno ha osato cancellare. Quando le mamme stamattina hanno accompagnato i loro bambini a scuola, hanno trovato l’amara sorpresa e non hanno potuto far altro che ritornare  casa. Il raid, però non ha interessato un altro plesso adiacente che ospita la scuola d’infanzia. “E’ da un po’ che non facevano queste cose alle scuole  - dice una donna che viene a riprendere la bambina all’asilo -  Non sappiamo cosa pensare.” Sulla vicenda indagano i carabinieri che al momento non escludono alcuna pista, neanche quella che il raid potrebbe essere stato compiuto dalle nuove leve della camorra. La dirigente scolastica ha fatto affiggere un foglio fuori l’istituto avvisando che domani la scuola sarebbe stata aperta. Ma in Comune i tecnici e il Commissario Prefettizio sono di tutt’altro avviso. Hanno disposto un’ordinanza di chiusura fino a sabato prossimo.

“Sono atti gravi – dice Emilio Diana, il fratello di don Peppe – che destano preoccupazione perché sono fatti contro una scuola elementare. Non vorrei che ci fosse anche un collegamento col fatto che la scuola porta il nome di mio fratello e le manifestazioni programmate per ricordarlo a vent’anni dalla sua uccisione”.


Sulla vicenda c’è anche una presa di posizione del Comitato don Peppe Diana e di Libera: “Dobbiamo sapere e dover dare una risposta immediata. Chi ha creduto di danneggiare la scuola e di restare impunito non deve passarla liscia e certamente atti del genere non fermeranno il percorso di riscatto e di costruzione di una nuova coscienza civica che parte dal rispetto delle regole” – scrivono in una nota congiunta Valerio Taglione coordinatore del Comitato e  Gianni Solino, referente di Libera Caserta - C’è in atto un fiume in piena, anche in vista del ventennale dell’uccisione di don Diana, con la partecipazione di centinaia di cittadini di Casal di Principe che meritano rispetto e non essere in alcun modo accomunati a chi in preda degli ultimi sussulti pensa di riportare il paese in un clima di misterioso sospetto”. 

domenica 15 dicembre 2013

MARCIA DELLA PACE A CASERTA CON NOGARO, BETTAZZI E SPINILLO

Raffaele Nogaro, Luigi Bettazzi e Angelo Spinillo
Tre vescovi in marcia per la pace. Raffaele Nogaro, Angelo Spinillo e Luigi Bettazzi, nel pomeriggio di domenica hanno partecipato alla marcia indetta dal Comitato “Caserta Città di Pace”, un appuntamento che si rinnova da diciannove anni. Insieme ai tre prelati, tantissimi giovani scout  e il popolo della pace formato da militanti di associazioni, comunità cattoliche, giovani dei centri sociali e comunità degli immigrati che da sempre hanno sostenuto l’iniziativa voluta da Nogaro nel 1994 per far crescere anche a Caserta la cultura della pace. Il vescovo emerito di Caserta, applauditissimo dai presenti, ha voluto essere presente in chiesa seduto tra i banchi, prima della partenza,  nonostante i problemi di salute. “Qui non sono si trova solo il bel sole che splende ogni giorno – ha detto Nogaro  rivolgendosi “al suo popolo” nella chiesa della Cattedrale gremita -  ma qui si trova anche il sole dei cuori che è veramente un tranquillante continuo per la nostra vita”.

“Quest’anno la marcia cade proprio nel giorno della sepoltura della salma di un uomo come Nelson Mandela – ha spiegato don Nicola Lombardi, prima del corteo per le strade cittadine – e forse non è un caso – ha aggiunto -  con questa ennesima marcia ribadiamo il nostro no ad ogni forma di violenza e di guerra, ad ogni forma di violenza contro l’ambiente e ad ogni forma di discriminazione  che si consuma all’interno delle mura domestiche”.
 

Monsignor Luigi Bettazzi
Monsignor Angelo Spinillo, amministratore apostolico pro tempore della diocesi di Caserta, ha salutato i partecipanti alla marcia, auspicando “Che la manifestazione sia vissuta come una festa e, soprattutto, che la pace la si chieda tutti i giorni”.
 

La drammatica  testimonianza di un giovane afgano che ha lasciato il proprio paese  martoriato dalla guerra e di una ragazza scout che ha parlato contro la violenza sulle donne, hanno anticipato l'intervento dell'ex vescovo di Ivrea, Luigi Bettazzi che, a novant’anni suonati, è ancora in attività nell’associazione Pax Christi, dove ricopre il ruolo di vice presidente  internazionale.  "La forma più grande di violenza  è la guerra - ha detto Bettazzi -  Con i mezzi di distruzione che ci sono, ritenere che la guerra possa sviluppare la giustizia e la pace, è fuori dalla ragione. C’ un solo modo per mettere fine alla guerra – ha insistito il vice presidente internazionale di Pax Christi: “Smettere di costruire le armi, come sostenevano i vescovi giapponesi già molti anni fa. Perché quando le armi sono fatte, poi bisogna provarle". E ha concluso: "Non è vero il detto che se si  vuole la pace devi preparare la guerra. Chi vuole la pace deve preparare la pace”. Prima dell'inizio del corteo,  i vigili urbani hanno sequestrato in chiesa un cartello esposto nel banco dell’ultima fila. ritenendolo offensivo verso il primo cittadino, anch’egli presente alla marcia. C'era scritto: “Pace è legalità e partecipazione. Invece il sindaco del Gaudio vende la tua acqua”. A nulla sono valse le proteste delle associazioni che lo hanno esposto e neppure di don Nicola Lombardi, tra i promotori della marcia, per riaverlo indietro.

lunedì 2 dicembre 2013

"TRENTAMILA TUMORI IN PROVINCIA DI CASERTA IN SETTE ANNI" LA DENUNCIA DEI MEDICI PER L'AMBIENTE

Gaetano Rivezzi
“Negli anni dal 2005 al 2012 sono stati 29.619 i casi di tumore accertati in provincia di Caserta”. Gaetano Rivezzi, pediatra e  responsabile regionale della Campania dei Medici per l’Ambiente, snocciola i dati nella sede Asl di Frattamaggiore, con l’aiuto di una lavagna luminosa nel corso di un incontro tra i medici dell’associazione che presiede. “Questi numeri  - spiega Rivezzi - sono stati ottenuti elaborando dati che ci ha fornito il ministro della salute, Renato Balduzzi, e che riguardano i tumori degli ultimi undici anni in tutta Italia, dal 2001 al 2011 per tutte le patologie.  I dati del ministero hanno origine dalla Scheda di dimissione ospedaliera (Sdo). La scheda è lo strumento di raccolta delle informazioni relative ad ogni paziente dimesso dagli istituti di ricovero pubblici e privati in tutto il territorio nazionale. Li abbiamo incrociati con i nostri dati, quelli da sempre presenti nei computer dei medici di base e con l’aiuto di alcuni esperti dell’istituto di statistica di Napoli, siamo riusciti ad avere un quadro chiaro. “I tumori sulla popolazione sono quelli al seno, al colon, e alla tiroide. Mentre si nota una stabilizzazione dei tumori del testicolo. Dall’elaborazione dei dati – chiarisce Rivezzi – vengono fuori anche coloro che sono stati curati in altre regioni, ricoverati direttamente negli ospedali di Milano,  Sondrio,  Genova o  Roma. Andando nel merito, abbiamo verificato che i tumori infantili (quelli al tessuto linfatico), in una fascia di età da zero a 19 anni, su una popolazione di 206 mila persone, i tumori accertati sono circa 13 casi per ogni centomila abitanti. Poi ci sono i tumori all’encefalo. Sono  38, di cui 9 verificati  del 2009, 14 nel 2010,  11 nel 2011 e 4 nel 2012. A questi dati mancano quelli extraregionali, cioè i bambini curati fuori dalla Campania. Sappiamo, però, quanto è costato curarli. L’Asl di Caserta ha speso 5 milioni di euro solo di sanità per bambini da 0 a 14 anni.  Ma di questi fondi spesi, solo il 50% è rimasto in Campania. I restanti 2 milioni e mezzo di euro sono andati agli ospedali di Genova, Roma, Milano, ecc.”
 
Da una mappa proiettata su uno schermo gigante,  si evidenzia che i tumori cerebrali sono localizzati tutti nella fascia di confine tra Napoli e Caserta e in particolare nell’Agro aversano che è circa un terzo di tutta la popolazione della provincia.  “Nei quattro distretti di Aversa, Frignano, Casal di Principe e Gricignano - dice il dottor Gaetano Rivezzi -  si sono verificati l’80% dei tumori cerebrali.  Questo tipo di tumore – aggiunge -  è correlabile all’ambiente”.
 
Nel corso della riunione dei medici per l’Ambiente, è stato anche presentato  anche il progetto “EcoFoodFertility”. Si tratta di un  progetto nato per valutare l’impatto ambientale ed alimentare sulla funzione riproduttiva maschile. “La spermatogenesi  - spiega l’andrologo dottor Luigi Montano, che coordinerà il progetto - è un processo molto delicato. Le sostanze tossiche presenti nell’alimentazione incidono sulla formazione di spermatozoi maturi. Uno studio di Elisabeth Carlsen, del Rigshospitalet di Copenhagen, ha verificato che dal 1934 al 1990,  c’è stato un calo nella concentrazione degli spermatozoi. Si partiva da  una produzione di 166 milioni,  ridotti a 66 milioni. Uno studio del Centro di Andrologia dell’Università di Pisa del 2003, in una ricerca condotta su 10 maschi di età media sui 29 anni,  valutò come nelle aree urbane ci fosse  un indice più basso di fertilità rispetto alle aree rurali. Di tutte le aree urbane, l’indice più basso era nell’area a nord di Napoli. Oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità, indica come concentrazione in milioni/per ml di liquido seminale, una normalità di spermatozoi di  15 milioni per ml. In 70 anni c’è stato un  decremento qualitativo e quantitativo del liquido seminale e anche un decremento del volume dell’eiaculato. Oggi siamo scesi al 19% dell’eiaculato”.
 
“Le istituzioni sono latitanti – conclude Gaetano Rivezzi – L’osservatorio epidemiologico regionale è sparito. E il registro tumori stenta a partire. Siamo disponibili a essere il veicolo della prevenzione primaria per i cittadini. E per questo  ci candidiamo ad essere le sentinelle del territorio insieme alle associazioni che fanno parte del “Coordinamento della Terra dei Fuochi”. 

domenica 1 dicembre 2013

FRANCO ROBERTI (DNA) CONSEGNA IL "PREMIO LEGALITA' 2013" AL PM GIOVANNI CONZO (DDA) E ASSICURA: "PROVENZANO NON USCIRA' DAL CARCERE"

 

Il capo della DNA, Franco Roberti consegna
il "premio "legalità 2013" al sostituto Giovanni Conzo

“Provenzano non uscirà dal carcere di massima sicurezza in cui è rinchiuso, perché è ancora capace di intendere e di volere”. Lo ha affermato Il procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti, rispondendo ad alcuni studenti, nel corso della cerimonia  di consegna, del “Premio legalità 2013” istituito dalla Fondazione “Ignazio Milillo” e assegnato al sostituto procuratore della Dda di Napoli, Giovanni Conzo. All’iniziativa, che si è tenuta presso l’Istituto tecnico statale “Michelangelo Buonarroti” di Caserta, hanno assistito alcune centinaia di studenti,  che nell’occasione hanno incalzato i due magistrati, Roberti e Conzo, con domande  a raffica sulla mafia e la camorra. Due ore di dialogo serrato dove i ragazzi hanno cercato di saperne di più sul ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali, sui pentiti, sui giovani rampolli delle famiglie mafiose e sui collaboratori di giustizia. In prima fila anche il Questore di Caserta, Giuseppe Gualtieri, il comandante provinciale dei carabinieri, Giancarlo Scafuri,  ed esponenti del mondo dell’imprenditoria della provincia di Caserta.  “Provenzano è un detenuto anziano che è in una condizione di salute precaria”, ha spiegato Roberti  ad una ragazza che gli chiedeva del perché non viene liberato il vecchio capo mafia siciliano.

“Allo stato – ha aggiunto il capo della Dna -   non c’è nessuna certificazione medica che dica che Provenzano abbia perso la capacità di intendere e di volere e la capacità relazionale. Cioè la capacità di dare ordini all’esterno, per intenderci, mediante i quali continuerebbe a  gestire il suo clan. Il 41bis a questo serve, a impedire che il capo mafia continui a dare ordini e a dirigere la propria organizzazione. Nel carcere dove sta rinchiuso viene curato benissimo. Il 41bis non è una situazione talmente afflittiva da impedire le cure”. Non sono mancate domande sulle recenti dichiarazioni di Carmine Schiavone, il primo collaboratore di giustizia della camorra casalese. “Di fronte alle affermazioni di Schiavone lo Stato è impotente o ha paura?” ha domandato un ragazzo. “Questa domanda mi infastidisce perché è una generalizzazione inaccettabile” ha risposto piccato Franco Roberti.
 
“Lo Stato siamo noi. Possiamo dire che siamo impotenti o abbiamo paura?” Si è domandato retoricamente. “Diciamo piuttosto – ha precisato  -  che ci sono all’interno dello Stato, all’interno delle istituzioni, nella politica, nell’imprenditoria, all’interno delle professioni e perfino nella magistratura e negli organi di polizia, soggetti collusi, corrotti venduti, ma per favore non facciamo generalizzazioni perché c’è gente che è morta per lo Stato, e ce n’è tanta altra che continua a sacrificarsi tutti i giorni per lo Stato”. Giovanni Conzo, invece,  ha spiegato perché per i giovani è meglio scegliere le strade della legalità e non quelle che portano nelle braccia della camorra: “Ho visto ragazzi di 18 e 20 anni  dietro le sbarre. Ragazzi come voi processati qualche settimana fa.  Alcuni erano con  la testa bassa, si vergognavano. Con loro c’era il figlio del boss di Casal di Principe, Francesco Schiavone che, invece,  già si atteggiava a capetto. A me hanno tutti fatto pena. Si sono rovinati l‘esistenza. L’hanno fatto per i soldi. Ma la fine che fanno tutti è sempre la stessa: o dietro le sbarre o al cimitero”. Ed ha aggiunto: “Molte delle responsabilità sono delle mamme. Bisogna stare attenti anche al ruolo della donna. Perché se una mamma è una vera mamma, il figlio se lo tira fuori dalla camorra”. La consegna del “Premio Legalita 2013” a Giovanni Conzo da parte di Franco Roberti, ha concluso la manifestazione coordinata Giuseppe Fausto Milillo presidente della Fondazione italiana per la legalità e lo sviluppo.

sabato 26 ottobre 2013

IL SORRISO DOLCE E MITE DI RAFFAELE PENNACCHIO


Raffaele Pennacchio
Mi è rimasta impressa la serenità del suo sguardo e quel sorriso dolce e mite nonostante la grave malattia. Raffaele Pennacchio aveva 55 anni ed era malato di Sla. E’ morto mercoledì sera a Roma in albergo, dopo l’incontro con il governo e il presidio sotto il Ministero dell’Economia e della Finanza. Era delle mie parti. Precisamente di Macerata Campania, provincia di Caserta. Non lo conoscevo, ma ho letto che era un medico. Aveva lavorato all’Asl di Caserta ed era specializzato in Tecniche semiologiche speciali chirurgiche. Sposato  e con due figli di 19 e 20 anni,  era in pensione da qualche anno, costretto su una sedie a rotelle. Era nella capitale da due giorni per sostenere il progetto “Restare a casa” del Comitato 16 novembre onlus. Praticamente chiedeva i fondi per l’assistenza e la ricerca sui malati di Sla, la sclerosi laterale amiotrofica. Nei due anni trascorsi, Raffaele, con gli altri malati di Sla e i loro familiari, sono  stati costretti a fare nove it-in di protesta per ottenere i fondi.
Ne ho incontrati diversi di malati di Sla  in questi ultimi tempi. E sempre in occasioni di proteste contro i tagli all’assistenza. La cosa che fa male è sapere che  ci sono tante persone con problemi enormi che potrebbero essere aiutate con poco. Dall’altro lato ci sono sprechi di danaro pubblico che questi problemi li potrebbero risolvere senza grandi sforzi. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, dice che siamo ridotti con le pezze al culo. Ma l’ipocrisia di chi ci governa è arrivata a livelli insopportabili. C’è solo una parte del paese che è con le pezze al culo: quelli che hanno sempre avuto difficoltà ad andare avanti. Raffaele è vittima di questa ingiustizia. Di questa disparità di trattamento tra cittadini di uno stesso Stato. Raffaele però non ha mai rinunciato alla sua dignità e ha voluto essere sempre in prima fila nelle lotte per i malati di Sla. Da medico sapeva più di altri che poteva avere problemi se forzava il suo corpo debilitato. Non si è tirato indietro quando gli hanno comunicato che i ministri del governo Letta avrebbero ricevuto una delegazione dei promotori della protesta non più il 22 ottobre, come previsto, ma il giorno dopo.  Raffaele ha pagato l’affaticamento e lo sforzo con un infarto.  Ha dato la sua vita non solo per se stesso, ma anche per gli altri malati di Sla. Raffaele è a pieno titolo una vittima innocente del nostro sistema sanitario. A sua moglie e ai suoi figli il nostro abbraccio e di tutti coloro hanno cuore la giustizia sociale.  Noi lo vogliamo ricordare così, con quel suo sorriso dolce e mite e con il suo coraggio civile. Una grande persona che non va dimenticata.

venerdì 25 ottobre 2013

I ROM NON RAPISCONO I BAMBINI

Dunque Maria, la bambina dai capelli biondi che vive in Grecia e che qualche giorno fa è stata sottratta ad una coppia Rom, non è stata rapita. Maria, che oggi ha quattro anni, è  nata nel 2009 a Lamia, in Grecia da Sasha e Atanas Rusev, una famiglia Rom. I Rusev hanno vissuto lì fino al 2010, quando tornarono in Bulgaria. Ma prima di fare ritorno a Sofia lasciarono la bambina ad un'altra coppia rom perché non avevano soldi per mantenerla e avevano ancora tante bocche da sfamare (10 figli). Sulla bambina è stato effettuato il test del Dna. Il ministero dell'Interno bulgaro ha confermato: "I test del dna hanno dimostrato che la coppia di rom bulgari, Sasha e Atanas Roussev, sono rispettivamente la madre e il padre biologico della bimba". La storia, in verità era nota, perché questo è quello che aveva raccontato la coppia di Rom con cui viveva Maria, quando si è diffusa la notizia che una bambina bionda viveva in un campo nomadi. Ma nessuno ha voluto credere alla loro versione. 

Come nessuno volle credere alla versione della famiglia di un’altra bimba Rom che fu sequestrata letteralmente  dalla polizia ai suoi genitori senza alcun motivo. Era il 7 novembre del 2001.  Fuori il cimitero di Montecorvino Rovella, un paesino dell’entroterra salernitano, una piccola Rom chiedeva l’elemosina. Secondo alcune donne aveva una somiglianza con Angela Celentano la bambina scomparsa sul monte Faito cinque anni prima mentre era in gita con i genitori. Niente di fondato, solo la diceria di alcune donne. Ma tanto bastò a prendere questa bambina, sottrarla ai genitori con la quale viveva in un campo Rom nei pressi di Battipaglia, e tagliarle una ciocca di capelli per confrontarla col Dna dei genitori di Angela Celentano. Nel frattempo la bambina venne trattenuta. Immagino la disperazione dei genitori della bambina che in quel momento dovettero sentirsi delle nullità. Nessuno li ascoltava, nessuno sentiva le loro ragioni. E che paese è il nostro se non assicura pari diritti a tutte le persone, soprattutto a quelle che hanno meno capacità di difendersi?
 Ovviamente il Dna, qualche giorno dopo, diede esito negativo. La bambina non era Angela Celentano, ma una piccola Rom e i suoi genitori erano quelli con cui viveva. Allora, come pochi giorni fa in Grecia, è scattato ancora una volta il pregiudizio contro i Rom. Hanno fatto valere solo una leggenda.  Una leggenda metropolitana  secondo la quale “Gli zingari rapiscono i bambini”. Ne conosco anche un’altra di leggenda metropolitana. Me la raccontava mia nonna da piccolo. Diceva che gli zingari andavano perseguitati perché avevano fatto i chiodi serviti per inchiodare Gesù Cristo sulla croce. Io, come tutti i bambini, ci credevo a questa cosa. Poi sono cresciuto e ho imparato a vedere le cose in altro modo. Ho compreso che i Rom sono come tutte le altre persone che abitano la terra e che contro di loro, nei secoli, c’è sempre stata una persecuzione latente e che  ancora oggi vivono confinati in luoghi  dove è impossibile vivere. Ma c’è chi ci crede ancora oggi a queste falsità. E non disdegnano di ostentare le loro  credenze basate sul nulla e si fanno notare anche sui social network. Li avevo anche tra i miei amici su Facebook. Li ho cancellati.

Ma sarei curioso di vedere la reazione di una famiglia italiana se arriva qualcuno all’improvviso, vestito da poliziotto o carabiniere e  dice: “Questo bambino non assomiglia ai propri genitori. Lo avete rapito. Gli facciamo l’esame del Dna”. E quindi si prendono il bambino e lo affidano ad un istituto o ai servizi sociali (immaginiamo per un attimo che esistano e funzionino). A me sembra una cosa folle, da regime nazista.  In un attimo, senza la decisione di un giudice, senza che ci sia una sentenza, ti tolgono quello che il bene più prezioso  che esiste su questa terra: un figlio. Quello di cui più mi meraviglio in questi casi, è il fatto che non ci sia  una reazione da parte di ogni famiglia, ogni genitore, ogni mamma, ogni papà. Può accadere ad ognuno di noi.
Pensando alla vicenda della piccola Maria, mi sono venute  in mente le parole di Bertold Brecht: 

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari


e fui contento, perché rubacchiavano.


Poi vennero a prendere gli ebrei

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
 
e non c’era rimasto nessuno a protestare”.